Aikido


    
"Un’altra volta mentre tenevo un seminario all’Accademia della Polizia, ferii uno dei
partecipanti che resisteva ostinatamente. Questo può avergli insegnato una lezione, secondo
l’antico modo di pensare, ma in seguito decisi di raffinare la mia tecnica in modo da
permettere a qualsiasi mio sfidante di sfuggire alle ferite, poiché nessuno dovrebbe farsi male
mentre pratica l’Aikido."


  
    
La Giovinezza
"Morihei voleva essere forte, sufficientemente forte da sconfiggere i criminali assoldati dai rivali
politici che minacciavano suo padre, forte a sufficienza da sconfiggere chiunque lo sfidasse."


Morihei Ueshiba nasce il 14 dicembre 1883 nella città fortezza di Tanabe, in Giappone. Passò la maggior parte della sua gioventù all’aperto, alle quattro di ogni mattina, sua madre lo portava con sé, mentre andava a pregare in tutti i sacrari e tabernacoli Shinto del circondario.
Nei giorni primaverili ed estivi, Morihei pescava con la fiocina o nuotava nella baia; in autunno ed in inverno girovagava sulle montagne.
A circa sei anni, venne mandato alla scuola di un vicino tempio, i classici confuciani lo annoiavano, ma era affascinato dagli elaborati rituali, dai canti mistici, dagli esercizi di visualizzazione e dalle tecniche di meditazione del buddismo esoterico Shingon, mostrando anche un insaziabile interesse per le scienze esoteriche e leggendo moltissimi libri di matematica, chimica e fisica.
Negli anni dell’adolescenza Morihei iniziò ad ispessire la pelle del suo corpo, rovesciandosi addosso ogni giorno secchiate d’acqua e chiedendo ai suoi amici di colpirlo con spinosi ricci di castagna; aumentò ulteriormente la sua forza e la sua resistenza lavorando sulle barche da pesca dove arpionava enormi pesci, tirava a bordo pesanti reti e sfidava a braccio di ferro i muscolosi giovani pescatori. Morihei lavorò anche come scaricatore di porto, guadagnando il quadruplo della paga regolare poiché sollevava carichi pesantissimi.
Ogni volta che vi era un incontro di Sumo, Morihei partecipava, qualificandosi al primo posto e riportando a casa il titolo di campione.
Per irrobustire le gambe, trasportava pellegrini ammalati o anziani sulla schiena, fino al principale tempio di Kumano, coprendo una distanza di circa ottanta chilometri. Morihei voleva essere forte, sufficientemente forte da sconfiggere i criminali assoldati dai rivali politici che minacciavano suo padre, forte a sufficienza da sconfiggere chiunque lo sfidasse.
Anche durante questo periodo di intenso addestramento fisico, la sua fede nel potere spirituale della religione tradizionale non vacillò mai.
Iscrittosi all’Accademia dell’Abaco, e grazie alla sua mente sottile e brillante, in poco più di un anno divenne assistente istruttore e, una volta diplomatosi, trovò lavoro come revisore contabile al locale ufficio delle tasse.
Svolse così bene il suo compito che venne proposto per un trasferimento all’Ufficio Centrale di Tokyo, ma Morihei non voleva essere uno “scribacchino” per tutta la vita, così rifiuto non solo l’offerta, ma lasciò anche il suo impiego per lavorare in difesa dei pescatori oppressi contro la legge appena varata relativa alla Regolazione dell’Industria della Pesca. Infatti, alcuni ricchi imprenditori e degli ufficiali corrotti usavano la legge per soffocare la competizione, l’indignato diciassettenne Morihei usò la sua conoscenza dei regolamenti fiscali per difendere il suo prossimo, intervenendo anche contro minacce di violente rappresaglie.
A diciannove anni arrivò a Tokyo, nel 1902, e, con l’aiuto di uno dei suoi ricchi parenti, costruì un piccolo e prospero commercio di articoli di cancelleria.
Durante la sua permanenza a Tokyo sembra che Morihei praticasse il Jujutsu Tenshin Shin’yo e forse anche l’arte della spada Shinkage, il suo primo addestramento alle arti marziali.

  
    
Il Servizio Militare
“un colpo sulla testa la trasformerà per sempre in un nemico.
La gentile persuasione farà di lei un’amica per tutta la vita”


Morihei attendeva con ansia la sfida della vita militare, venne però respinto all’esame di leva perché non raggiungeva l’altezza minima richiesta di un metro e cinquantacinque centimetri. Mortificato dal rifiuto, Morihei si attaccò dei grossi pesi alle gambe e si appese ai rami degli alberi per ore al fine di allungare la sua spina dorsale del necessario centimetro e mezzo.
Superò la visita di leva l’anno successivo e fu assegnato ad un reggimento di stanza a Osaka.
Fieramente competitivo e deciso a compensare la sua piccola statura, Morihei eccelleva nel campo di addestramento reclute. Aveva un passo eccezionalmente veloce e vinceva ogni marcia di venticinque miglia a dispetto dell’ulteriore fardello di zaini che raccoglieva da chi rimaneva indietro lungo la strada; perfino gli ufficiali a cavallo facevano fatica a mantenere il passo di Morihei durante quelle marce.
Si distinse in poco tempo anche come campione di Sumo, e migliore combattente con la baionetta dell’accampamento.
Durante il servizio militare Morihei si arruolò nel Dojo di Masakatsu Nakai a Sakai, un sobborgo di Osaka, dove apprese il Goto-Ha-Yagyu Ryu Jujutsu, oltre al combattimento con la spada e la lancia. Questo fu il primo studio sistematico da aprte di Morihei di un’arte marziale classica; imparò a maneggiare con destrezza la spada, la lancia e lo jo ed a coordinare i movimenti dell’arma e le tecniche corporee, ricevendo l’abilitazione all’insegnamento in questa scuola nel 1908.
Nella tradizione marziale Yagyu, il controllo della mente è enfatizzato quanto la tecnica fisica, in effetti, il potere mentale – una mente imperturbabile e immobile – prevarrà sempre sopra la forza fisica. Ad ogni allievo Yagyu viene raccontato questo famoso aneddoto:

Iemitsu, il terzo shogun Tokugawa, ricevette una tigre in dono dalla corte coreana. Lo Shogun sfidò il famoso spadaccino Yagyu Tajima Munenori a soggiogare la bestia. Yagyu accettò subito la sfida, entrò con sicurezza nella gabbia e colpì l’animale che ringhiava sulla testa col suo ventaglio di ferro proprio mentre la tigre stava per balzargli addosso. La tigre arretrò e si accucciò in un angolo. Il maestro Zen Takuan, anch’egli presente, derise Yagyu dicendo : “questo è un approccio sbagliato”. Takuan entrò quindi nella gabbia disarmato, si sputò sulle mani e gentilmente strofinò il volto e le orecchie della tigre. La bestia feroce si calmò immediatamente, facendo le fusa e strofinandosi contro il monaco. Takuan si rivolse a yagyu e disse: “un colpo sulla testa la trasformerà per sempre in un nemico. La gentile persuasione farà di lei un’amica per tutta la vita”.

Alla conclusione della guerra russo-giapponese, nel 1905, parecchi superiori di Morihei consigliarono al soldato gung-ho di seguire la carriera militare, offrendosi di presentarlo come candidato per la Scuola di Addestramento degli Ufficiali Militari, il padre di Morihei si oppose a questo corso di eventi e lo stesso Morihei era rimasto turbato da quanto aveva visto sui campi di battaglia.
Molti anni più tardi, nel 1962, Morihei affermò in un’intervista :” mi piaceva fare il militare, ma sentivo nel profondo del mio essere che la guerra non è mai la soluzione a nessun problema. La guerra comporta sempre morte e distruzione e questo non può mai essere una buona cosa”.

  
    
La Colonizzazione di Hokkaido
Morihei divise le sue provviste con i possenti animali e che gli orsi lo accompagnarono
giù dalla montagna quando la neve si ritirò ed egli fece ritorno al villaggio.


Dopo che a Morihei nacque la prima figlia, di nome Matsuko, nel 1911, il suo carattere in qualche modo migliorò, e quando un conoscente gli descrisse in toni entusiastici le opportunità che la terra di frontiera di Hokkaido offriva ai potenziali coloni, Morihei fece un giro di ispezione in quella lontana provincia settentrionale. Incontrò il governatore di Hokkaido e visitò la grande isola.
In un’economia depressa, né l’agricoltura né la pesca promettevano molto ai figli primogeniti delle famiglie di Tanabe; molti giovani erano già partiti per le Hawaii e la costa occidentale degli Stati Uniti.
Cinquantadue famiglie in tutto, ottantaquattro persone, si fecero avanti pronti a intraprendere la rischiosa avventura, ed i ricchi parenti di Morihei finanziarono la spedizione.
Il 29 marzo 1912, il gruppo partì verso la terra promessa, lasciando i boccioli di ciliegio e trovando a Kitami Ridge a Hokkaido la tempesta ad accoglierli.
Costruire un tetto fu naturalmente la prima necessità, ma quando infine gli edifici furono pronti, era ormai troppo tardi per bonificare sufficientemente la terra per coltivarci qualcosa. l’anno successivo i coloni coltivarono la terra, ma il raccolto fu povero, e per i primi tre anni le famiglie si sfamarono con patate, vegetali spontanei e pesce pescato nei fiumi vicini.
Non fu un inizio promettente per la nuova comunità e Morihei, come leader della spedizione, dovette sostenere l’attacco critico dei coloni.
Consapevole delle sue responsabilità, Morihei lavorò senza sosta per trasformare l’impresa in successo.
Nel 1915 i raccolti iniziarono a migliorare e il commercio di legna a farsi proficuo, per promuovere ulteriormente l’economia locale, Morihei aiutò a sviluppare il locale allevamento di cavalli e maiali, l’attività estrattiva, come pure ad organizzare i servizi sanitari e d’igiene e le strutture scolastiche del villaggio.
Durante i primi anni in Shirataki, l’addestramento all’arte marziale di Morihei consistette per lo più nel sollevare enormi tronchi e nell’atterrare i banditi che frequentemente gli tendevano imboscate nei suoi viaggi solitari.
Morihei era anche esperto nel domare gli orsi di Hokkaido; si narra che, colto da una tormenta e bloccato dalle nevi sulle montagne, Morihei divise le sue provviste con i possenti animali e che gli orsi lo accompagnarono giù dalla montagna quando la neve si ritirò ed egli fece ritorno al villaggio.

  
    
L’Incontro con Sokaku Takeda
"sembra che Morihei non rispondesse mai allo stesso modo agli attacchi
e che ebbe la meglio sui suoi rivali senza spargimenti di sangue"


L’evento più importante del soggiorno di Morihei a Hokkaido fu l’incontro con Sokaku Takeda (1859-1943), il temuto gran maestro del Daito Ryu Jujutsu, di cui divenne allievo e con cui si addestrò ogni volta che ne ebbe l’opportunità, invitando anche Sokaku a rimanere a vivere a casa sua.
Quasi ogni mattina Morihei riceveva lezioni private da Sokaku per due ore, servendo in cambio l’esigente maestro dalla mattina alla sera, preparando personalmente i suoi pasti, massaggiandogli le spalle e assistendolo durante il bagno.
Occasionalmente, Sokaku mandava Morihei a sostituirlo in alcune delle sfide mortali che riceveva costantemente (essendosi creato un numero non indifferente di nemici), pensando che tali esperienze dirette avrebbero giovato al suo migliore studente; così Morihei dovette affrontare avversari decisi ad ucciderlo.
Non vi sono molti dettagli ma sembra che Morihei non rispondesse mai allo stesso modo agli attacchi e che ebbe la meglio sui suoi rivali senza spargimenti di sangue.
In seguito alla notizia della grave malattia del padre, alla fine del 1919, Morihei lasciò, insieme alla sua famiglia (che ora includeva un figlio, Takemori, nato nel 1917) lasciò Hokkaido per sempre. Lasciò tutto ciò che possedeva a Shirataki, regalando ogni suo avere a Sokaku.

  
    
L’Incontro con Onisaburo Deguchi
"Morihei si fece forgiare arnesi da lavoro molto più pesanti e maneggiava la zappa
con la stessa concentrazione con cui aveva maneggiato la sua spada."


Facendo tappa a Ayabe, piccola cittadina vicina a Kyoto, incontrò una delle figure più enigmatiche del ventesimo secolo, Onisaburo Deguchi.
Dopo la morte del padre Morihei non parlava con nessuno, passava tutte le notti da solo sulle montagne a far roteare furiosamente la spada, poi, inaspettatamente, annunciò la sua decisione di trasferirsi ad Ayabe e di aderire all'Omoto-kyo, fondato da Onisaburo.
Aiutò nei molti progetti edili ed agricoli dell'Omoto-kyo e partecipò ai vari gruppi di preghiera, alla meditazione, ai digiuni ed alle cerimonie di purificazione con la comunità, studiando le dottrine dell'Omoto-kyo.
Per tutta la sua vita Morihei ebbe la passione dell’agricoltura. Con l’abolizione del feudalesimo molti ex-samurai riscoprirono il legame tra il Budo e l’Agricoltura, due discipline che promuovevano un vivere retto ed elevati pensieri. Morihei si fece forgiare arnesi da lavoro molto più pesanti e maneggiava la zappa con la stessa concentrazione con cui aveva maneggiato la sua spada.
Inizialmente Morihei praticava le arti marziali da solo e di sera, poi Onisaburo gli chiese di insegnarle anche agli altri seguaci dell'Omoto-kyo, per formarne il carattere e per creare guardie del corpo.
Naohi, la figlia di Onisaburo, fu uno dei primi studenti di Morihei. Ella ricordò: “ non faceva concessioni alle donne e le trattava allo stesso modo degli uomini, durante le esercitazioni. Era duro con noi ragazze, ma apprezzavamo il fatto che non ci facesse sentire inferiori a causa del nostro sesso”. Nel frattempo Morihei continuava a studiare e ricercare nuove figure tecniche d’uso di lancia e spada.
Kisshomaro, l’ultimo figlio di Morihei, e l’unico sopravvissuto, nacque nel giugno 1921.
Partì con Onisaburo alla volta della Mongolia dove, per le idee che propugnavano furono oggetto di persecuzioni da parte delle autorità locali, furono arrestati e condannati a morte, e quindi graziati all'ultimo momento.
Lì, Morihei si prodigò eseguendo numerose esibizioni di tecniche Chinkon-kishin ed utilizzando le sue conoscenze delle tecniche del massaggio giapponese, usando anche l’imposizione delle mani per curare malattie.
A causa della sua piccola statura era ridicolizzato dai banditi mongoli, i quali risero fortemente quando venne presentato come la più grande guardia del corpo di Onisaburo; ma egli dimostrò la sua abilità come “Re dei Protettori” abbattendo i suoi tormentatori con un semplice tocco (essi erano inconsapevoli che egli aveva toccato i loro punti vitali), si diffuse la voce che Morihei fosse un temibile stregone.

  
    
L’Illuminazione
"la via di un guerriero è manifestare l’amore divino"

Tornato a Tokyo, dove fondò un dojo, ebbe la sua illuminazione.
Per una banale discussione sulle rose, venne sfidato da un ufficiale di marina, il quale estratta la spada cercò invano di colpirlo, Morihei si limitò, disarmato, a schivare i fendenti.
Calmati gli animi si mise a passeggiare in giardino e si fermò presso una fontanella dove ebbe la sua illuminazione.
Morihei disse di quell’esperienza: “ vidi che io sono l’Universo. Tutto ad un tratto mi fu chiara la natura della creazione; la via di un guerriero è manifestare l’amore divino, uno spirito che abbraccia e nutre tutte le cose. Vidi che la mia dimora era l’intero universo e il sole, la luna e le stelle erano miei intimi amici. Lacrime di gratitudine mi rigarono il volto”.
Su richiesta dell’ex primo ministro, il Conte Yamamoto fu invitato a tenere ventuno giorni di lezioni al palazzo Aoyama per i membri della famiglia imperiale e le loro guardie del corpo.
Dopo la prima settimana di addestramento, senza intoppi, parecchi ufficiali governativi, a disagio per il legame di Morihei con l’Omoto-kyo, protestarono; nonostante Yamamoto e parecchi altri anziani uomini di stato garantissero personalmente per lui, Morihei si sentì così ferito dalle insinuazioni da cancellare le restanti lezioni annunciando il suo ritorno ad Ayabe per occuparsi di agricoltura.
Nella primavera del 1926 l’Ammiraglio Takeshita lo convinse a trasferirsi di nuovo a Tokyo.
Morihei esaurì il suo ingente patrimonio nel perseguimento delle arti marziali e degli studi religiosi; era solito donare numerose delle sue spade dall’incalcolabile valore a chiunque dei suoi conoscenti esprimesse appena un po’ di ammirazione per esse; come se non bastasse, rifiutava grosse donazioni se in quel momento aveva denaro sufficiente.
Tra i suoi mecenati vi erano alcuni tra gli uomini più ricchi del Giappone, tuttavia Morihei non li trattò mai diversamente da come trattava i discepoli più poveri.
Tutto il denaro che riceveva veniva offerto sull’altare dello scintoismo, quando i fondi per vivere erano scarsi, la signora Ueshiba aveva il permesso di prendere “in prestito” il denaro dagli dei.
I discepoli a Iwama, rimproverati da Morihei che aveva precisato loro che egli non insegnava per denaro, crearono un proprio fondo destinato al mantenimento degli edifici ed alle altre spese.
A Tokyo Morihei si interessò agli insegnamenti di Bonji Kawatsura (1862-1929), fondatore della Scuola Misogi dell’antico Shinto; numerose tecniche di purificazione rituale di Kawatsura furono adottate da Morihei nel suo addestramento Budo, ed usate come esercizi preparatori.

  
    
Il Kobukan
"se invece il Maestro percepiva che il candidato era sincero, lo accettava incondizionatamente "

Nel frattempo venne costruito il nuovo dojo, chiamato Kobukan, che aprì nel marzo 1931.
Morihei era altamente selettivo: richiedeva adeguata presentazione, due padrini che garantissero e, soprattutto, un colloquio personale. Durante tale incontro Morihei invitava il candidato ad attaccare “in qualunque modo desiderasse”, quale fosse la tecnica scelta dal candidato, questi finiva immancabilmente a terra e senza sapere come. Un candidato, Yukawa, nel raccontare la sua esperienza disse: “afferrai Morihei, ma il mio corpo divenne subito insensibile e mi ritrovai steso a terra”. Se Morihei non amava quello che vedeva, il candidato veniva subito respinto senza spiegazioni; se invece il Maestro percepiva che il candidato era sincero, lo accettava incondizionatamente. Non vi era un sistema fisso di tariffe, ogni discepolo residente offriva una qualche forma di pagamento, che fosse in denaro, provviste o in attività lavorative.
Ci si esercitava dalle sei alle sette e dalle nove alle dieci del mattino, poi ancora dalle due alle quattro del pomeriggio e dalle sette alle otto di sera.
I discepoli residenti dormivano del dojo, si prendevano cura della pulizia e delle altre faccende, oltre a servire Morihei come attendenti.
Erano tenuti ad essere sempre in guardia, se Morihei li coglieva fuori posto ricevevano severi rimproveri, li incoraggiava a studiare lo Shiatsu e altre arti curative tradizionali: “gli antichi Maestri conoscevano molto bene il corpo umano”, diceva loro.
Poiché Morihei continuava la sperimentazione di nuove forme e sviluppava nuove tecniche, non esisteva un’istruzione sistematica, passo dopo passo; i discepoli lavoravano su qualunque cosa Morihei si trovasse ad approfondire in quel momento. Un discepolo sosteneva che Morihei doveva sognare le nuove tecniche, visto che li faceva alzare alle due del mattino per provare le sue ultime innovazioni.
Nel frattempo Morihei era anche impegnato nello studio delle tecniche di spada, approfondite a tal punto da fargli fondare una distinta e separata divisione Kendo nel Kobukan.

  
    
La diffusione dell’Aikido
“ il segreto dell’Aikido non è in come muovi i tuoi piedi, ma in come muovi la tua mente.
Non sto insegnando tecniche marziali.
Sto insegnandovi la non violenza ”

“l’Aikido è per il mondo intero”


Sul finire degli anni della guerra, Morihei si concentrò sulla costruzione del Tempio Aiki e del dojo all’aperto di Iwama e, nel 1942, chiamò formalmente il suo insegnamento Aikido, la via dell’Armonia. Diceva ai suoi discepoli : “non vi preoccupate. Invece di fare da stolti la guerra, d’ora in poi faremo la pace, il vero scopo dell’Aikido”.
Nel 1948 le autorità di Occupazione ed il Ministero dell’Istruzione Giapponese concessero il permesso di dare vita ad una Fondazione Aiki per promuovere l’Aikido: “un’Arte marziale dedita a incoraggiare la pace e la giustizia internazionali”, e nel 1949 il dojo di Tokyo riaprì ufficialmente; la prima dimostrazione pubblica di Aikido si tenne nel 1956.
Il Maestro cedette l’amministrazione della Fondazione Aiki e dell’Hombu Dojo a Kisshomaru e ad alcuni studenti anziani e si dedicò a tempo pieno al perfezionamento dell’arte dell’Aikido.
Nei suoi ultimi anni Morihei diede poca istruzione diretta, insegnando piuttosto con l’esempio e l’ispirazione; quando teneva un addestramento, l’enfasi era sul significato spirituale dell’Aikido. Quando gli studenti chiedevano “come si chiama questa tecnica?” Morihei rispondeva “dalle tu stesso un nome, più poetico è, meglio è”. Se domandavano “per favore, mostraci ancora quel passo”, egli diceva loro “il segreto dell’Aikido non è in come muovi i tuoi piedi, ma in come muovi la tua mente. Non sto insegnando tecniche marziali. Sto insegnandovi la non violenza”.
L’ottantaseienne Morihei morì silenziosamente nelle prime ore del mattino del 26 aprile 1969. Le sue ultime parole furono “l’Aikido è per il mondo intero”.

  
    
Aneddoti
“gli dei mi hanno appena sussurrato che tu intendi darmi un colpo in testa.
Non penserai mica di fare una cosa del genere, vero?”


Morihei incitava spesso i suoi discepoli a coglierlo di sorpresa, promettendo una licenza di insegnamento a chiunque riuscisse in questo compito. Ogni volta che un discepolo pensava ci fosse la possibilità di sorprenderlo – quando stava sonnecchiando in treno, arrivandogli alle spalle durante un banchetto, mentre era assorto in preghiera – il maestro guardava fisso il malcapitato negli occhi e lo bloccava dicendogli : “gli dei mi hanno appena sussurrato che tu intendi darmi un colpo in testa. Non penserai mica di fare una cosa del genere, vero?”.
A volte i discepoli sgattaiolavano via furtivamente di notte, usando la massima cautela per coprire le tracce. Per quanto fossero scrupolosi immancabilmente il mattino dopo Morihei chiedeva: “vi siete divertiti la scorsa notte?”
Una volta ad uno scultore fu commissionato un busto che riproduceva il muscoloso torace di Morihei. Quando il modello fu finito, Morihei controllò la schiena del busto e disse all’artista “questo muscolo qui e quell’altro non sono precisi”. Dopo un attento esame, lo scultore fu scioccato nello scoprire che era vero. Morihei conosceva l’esatta configurazione della sua schiena, anche se, naturalmente, non poteva vederla.
Dopo la guerra, un giorno, i suoi studenti gli chiesero “Maestro, non è mai stato sconfitto?”
Morihei rispose:

“Niente affatto. Ho sperimentato molte volte il fallimento a causa della disattenzione e dell’atteggiamento errato. Una volta, mentre ero in viaggio con un mio ex insegnante, Sokaku Takeda, correvo trasportando il suo bagaglio e quasi mi scontrai con un’anziana donna che improvvisamente mi si parò davanti. Riuscii ad evitare di andarle addosso, ma dal punto di vista del Budo, questa era una sconfitta, poiché non prestavo sufficientemente attenzione all’ambiente circostante. Un’altra volta, stavo tenendo una lezione e, mentre mostravo un movimento fondamentale a uno dei miei studenti, egli improvvisamente cercò di rovesciarmi a terra. Fui in grado di contrastare il colpo all’ultimo momento, ma ero stato temporaneamente colto di sorpresa mentre stavo a guardia abbassata. Perciò imparai da questo episodio a rimanere vigile, perfino con i miei discepoli. Un’altra volta mentre tenevo un seminario all’Accademia della Polizia, ferii uno dei partecipanti che resisteva ostinatamente. Questo può avergli insegnato una lezione, secondo l’antico modo di pensare, ma in seguito decisi di raffinare la mia tecnica in modo da permettere a qualsiasi mio sfidante di sfuggire alle ferite, poiché nessuno dovrebbe farsi male mentre pratica l’Aikido. Tutti questi fallimenti mi aiutarono a migliorare ed a sviluppare la mia arte”
  



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